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Ho aspettato anche troppo prima di inserire un nuovo post, questo di prima ha prodotto una discussione molto interessante che di certo non mi aspettavo.

Ma come dice Monica Riccio ormai è un post OT (off-topic – fuori argomento) e quindi non esito a postare ancora.

La lunga vita del post precedente mi ha bloccato perlomeno un paio di argomenti.

In primo luogo vorrei salutare con affetto Monica Riccio che ci ha raccontato le sue dimissioni in tempo reale. La ringrazio per aver scelto il mio blog per farlo. So che non è stata una scelta ma un fatto casuale, in ogni caso avrebbe potuto anche scegliere di non esporsi così. Quindi grazie.

Vorrei ringraziare anche Giorgio per aver tenuto alto il livello di quella discussione.

Ma torniamo al vero tema della discussione.

Purtroppo il meeting ANSO di ottobre è scivolato via senza che gli attori dell’informazione di questa città se ne accorgessero più di tanto. Eppure Vittorio Pasteris (La Stampa Web), Massimo Razzi (Repubblica.it), Stefano Vitta (Bloggers.it) e Luca Conti (Pandemia) ci hanno fatto vivere qualche ora di vero confronto sul valore dell’informazione sul web e non solo.

Però Monica Riccio e Dante Freddi c’erano, quindi mi sono testimoni.

In quel meeting però c’è strato un intervento in apparenza OT, quello di Luca Tomassini.

Forse il modo un po’ americaneggiante di esprimersi e di proporsi di Luca ha portato qualcuno fuori strada, ma in realtà il suo intervento conteneva uno spunto di riflessione fondamentale.

Il modello di business.

Qual’è il modello di business delle aziende editoriali? E di quelle locali?

Io me lo sono chiesto molte volte e ce lo siamo chiesti decine di volte in sede associativa. Ce lo siamo anche chiesti io e Dante Freddi quella stessa sera a cena (ci siamo ritrovati allo stesso tavolo).

Questo è il vero nocciolo della questione. Come fa a sopravvivere e a fare fatturato un’azienda che si occupa di editoria?

Questo è un argomento che apre decine di scenari, e questo post rischia di diventare lungo e brodoso a causa dei troppi se e dei troppi ma che dovrei inserire.

Ma fermiamoci ad alcuni punti fermi.

Chi vende giornali, di ogni tipologia, con gli incassi relativi alla vendita può coprire al massimo tra il 20 e il 50% delle spese (fonti amichevoli de “La Repubblica”, di carta). E chi fa free press non ha neanche quello. E neppure chi fa internet.

In Italia l’editoria è finanziata dallo stato (ovviamente non quella sul web!), secondo dei criteri vecchi e talmente scriteriati che l’inchiesta di Milena Gabbanelli di questo autunno mi ha aperto davvero gli occhi.

Quindi chi vuole pubblicare qualcosa deve vendere e crearsi un modello di business.

Ma quel modello di business è parte integrante del progetto editoriale.

Cioè, se si vuole sopravvivere si deve decidere di proporsi sul mercato. E il mercato detta regole e condizioni. Ma anche noi editori e autori si è parte di questo mercato, e anziché subire passivamente quelle regole, si deve cercare di controbatterle, di portare avanti le nostre condizioni, di passare a condurre quel gioco.

Qualcuno nel post precedente ha detto che all’epoca del Comune Nuovo (non come modello ma come esempio, ha poi precisato) c’era chi faceva le cose perché ci credeva, ora invece si fa solo per la pagnotta.

Quelle cose che si facevano per passione non erano un progetto editoriale con un modello di business, ma soltanto un progetto politico o forse un gioco.

I progetti politici si fanno nella politica e nei giornali di partito (finanziati dallo stato). Noi si cerca di realizzare un modello di business all’interno di un progetto editoriale. Mi sembra una cosa del tutto diversa che ho cercato (malamente) di spiegare.

Rispetto anche il pensiero di chi, come Giorgio, teme che i condizionamenti economici e politici possano influenzare la libertà di espressione di chi scrive, ma non mi sento parte di quella categoria.

Credo che il nostro lavoro sia influenzato da decine di fattori e in primo luogo dagli utenti stessi, ma non per questo mi sento un editore condizionato. E se anche lo fossi sarebbe un problema mio. Il nostro lettore avrà sempre l’opportunità di leggersi www.orvietosi.it, purché abbia un modello di business che lo faccia esistere.

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