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Oggi pomeriggio ci siamo prodigati in una diretta su Twitter dal Palazzo dei Congressi di Orvieto dove si svolgeva il Forum sul Turismo organizzato dal Comune di Orvieto (soprattutto dall’Assessore Marco Sciarra).

Abbiamo cercato di sintetizzare nei 140 caratteri ammessi dal Social Media i punti salienti dei relatori (non sempre riuscendoci in verità).

Per ritrovare tutto il report è sufficiente cercare su Twitter la parola chiave #orvietoturismo, oppure seguire direttamente questo link.
I post di Orvietonews sono quelli del canale ufficiale del giornale online, quelli di cfabry sono del mio profilo personale su Twitter.

Considerazioni e conclusioni

Non sta certo a me tirare le conclusioni di questo forum ma visto che sono stato uno dei partecipanti al “movimento dal basso” ideato più di un anno fa da Marco Sciarra, e ho (forse non fedelmente) focalizzato i passaggi chiave su Twitter di questo lungo pomeriggio di interventi, provo a mettere giù due riflessioni finali, ovviamente partendo dal mio punto di vista molto concentrato sul web.

Iniziamo parafrasando una famosa canzone sanremese di Elio e le Storie Tese: eventi si, eventi no, eventi gnamme, se famo du spaghi. Infatti i due più autorevoli partecipanti al forum, Stefano Cimicchi (direttore dell’APT umbro) e Vittorio Ravà (esperto in marketing territoriale), hanno sostenuto due tesi contrapposte sugli eventi.

Cimicchi ne ha elogiato l’efficacia, auspicando di vederli distribuiti in maniera più uniforme per gestirne gli effetti positivi in un periodo più ampio, mentre Vittorio Ravà li ha definiti una vera e propria sciagura, i cui effetti sono molto discutibili soprattutto se gli eventi non sono contestualizzati al territorio.

Certo che le parole di Ravà hanno colpito molto una platea di imprenditori e un gruppo dirigente che ha puntato quasi sempre sugli eventi. Ricordo per esempio le parole dello stesso Cimicchi di un paio di anni fa quando dopo una settimana di Pasqua molto ricca di turisti dichiarò al TG3 “Ci vorrebbero molte pasque!”. Fatto sta che il pensiero di Ravà non è nuovo nell’ambiente e che la creazione di eventi c’entri poco o nulla con il marketing territoriale è noto da tempo. Ma di questo ne ha parlato anche Cimicchi, magari un po’ grossolanamente, citando le “tribu turistiche“, ad indicare quella massa di persone (spesso singole) che si muovo per interessi di nicchia e non per adesione a campagne promozionali di massa.

C’è da supporre però che le verità stiano sempre nel mezzo, che l’organizzazione di eventi debba essere più coordinata e in tono con la policy generale che la città vuole darsi, e che l’offerta costellazione ipotizzata da Ravà non diventi una frammentazione schizofrenica di piccoli individualismi.

Sia Cimicchi che Ravà però hanno riconosciuto al web un ruolo dominante. Peccato che entrambe l’abbiano liquidato con mezza frase sussurrata, evitando di entrare nel merito. Peccato perché proprio di “come vada utilizzato il web” ci sarebbe un bisogno estremo di consapevolezza e conoscenza. Nel 2010, in piena fase di Social Network, o Social Media come sarebbe più giusto definirli ora, non ha più senso parlare né di sito web né tantomeno di portale web. Due termini arcaici che non rendono affatto giustizia del complesso mondo delle relazioni sociali che si instaurano sul web. Due termini che usati così, senza specifiche, rischiano di riportare indietro i ragionamenti di oltre 10 anni, quando si pensava che “il portale” potesse essere lo strumento di sviluppo e la punta di diamante di un progetto di marketing o pubblicitario.

Come dice giustamente Leonardo Riscaldati oggi ti devi misurare con il tam tam che gli utenti fanno sul web per confrontarsi su ristoranti, alberghi, luoghi in generale. Peccato che gli imprenditori, anziché cercare una governance di queste dinamiche, chiedono spesso come si possano eliminare alcuni di questi report negativi che gli utenti lasciano su contenitori come Tripadvisor, Youtube ecc.

E’ sempre la solita storia, il problema non è “il fatto” (in questo caso il disappunto del cliente) ma di chi lo scrive (e in questo caso i Social Network che lo permettono).

Anche Piero Caponeri ha parlato di un progetto “2.0” non specificando poi se si tratta propriamente di web o di cos’altro. Ammesso che stesse parlando di web2.0, e cioè di condivisione e partecipazione sul web, vorrei ricordare che questo tipo di interazione non si realizza “costruendo un nuovo portale”. Non si deve reinventare la ruota. Gli strumenti per queste azioni esistono già, da Youtube a Twitter, da Facebook a Friendfeed (ecc), basta ideare i giusti mashup e utilizzarli al posto giusto nel momento giusto. D’altra parte anche un giornale online come orvietonews.it sta diventando sempre più un mashup di servizi, condiviso e partecipato, molto partecipato.

Ed anche Luciana Olimpieri ha giustamente individuato, oltre alle strategie tradizionali di marketing, anche la strada del web e del web sociale moderno, come obiettivo di campagne di marketing.

E’ chiaro che la città che ospita 3 giornali online e migliaia di utenti (locali) connessi a Facebook, deve partire da qui, da questo mondo che una volta si definiva virtuale, per portare all’attenzione dell’utente le sue meravigliose potenzialità (per fortuna già reali e sviscerate da tempo), ma attenzione però a non pensare cose già desuete o viziate da strategie territoriali che partono col vizio di forma dell’illusione della governance centralizzata. Il web non è così, non è più così da tempo.

Il forum dunque ha evidenziato molti spunti di riflessione che ora l’Amministrazione dovrà sintetizzare. Molte cose, a mio avviso, sono state condivisibili, altre veri giri di parole senza senso (alla faccia di chi si lamenta del politichese!). Nel complesso una buona riuscita, che per trasformarsi in qualcosa di concreto credo debba passare per altre fasi di condivisione più approfondita, magari sul web, dove la condivisione è davvero più facile che non in una sala conferenze dove solo 10 interventi possono complicare la vita dei moderatori.

Naturalmente a patto che la condivisione e partecipazione di cui parlo non sia come quella ideata dal Comune per la Caserma Piave, che più che partecipazione mi è sembrata disinformazione 1.0.

Infine un in bocca la lupo a Marco Sciarra, il cui ruolo a questo punto mi sembra determinante, visto che l’atteso appuntamento con il mega consulente di marketing non ci ha portato una vera case-history da cui prendere spunto, ma una serie di considerazioni e riflessioni che andranno focalizzate e riproposte alla eterogenea platea di operatori del settore, quasi mai coalizzata su operazioni strategiche comuni.

 

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