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CopyrightGiovedì 24 febbraio 2011, presso il Senato della Repubblica, avrò l’onore e il piacere di rappresentare IWA/HWG alla tavola rotonda organizzata dall’Istituto Politiche per l’Innovazione, Federazione FEMI e Nexa, sul tema della nuova disciplina del diritto d’autore. L’iniziativa è promossa nell’ambito delle consultazioni dell’AGICOM su questo tema (L’articolo su sito della FEMI, e quello sul blog di Guido Scorza)

Il tema è di estrema attualità e importanza, se non per certi versi vitale per il web, soprattutto per le implicazioni che può avere in relazione alla necessità da un lato di tutelare il lavoro di chi costruisce il contenuto e dall’altra di permettere un libero accesso alle informazioni online.

L’AGICOM recentemente ha prodotto, con merito, un Libro Bianco sui Contenuti al fine di rendere ben delineato il “mondo” che si tenta di analizzare, e anche per stimolare e facilitare il dibattito su questi temi.

IWA/HWG rappresenta quel mondo professionale che genera gli ambienti all’interno dei quali i creatori di contenuti vanno a operare. Come è noto poi, le mutazioni tecnologiche di tali ambienti sono anche le scintille che generano le distorsioni delle dinamiche dei mercati preesistenti.

In molti confondono la rete con le tecnologie e i contenuti che vi transitano sopra. La rete internet offre solo l’opportunità di sviluppare servizi e prodotti e di renderli disponibili agli utenti. Chi fornisce uno strumento non può essere il diretto responsabile dell’utilizzo che gli utenti ne fanno. In altri ambienti questa distinzione è chiara e inequivocabile per chiunque: nessuno mai si sognerebbe di incolpare la FIAT perché i suoi clienti generano migliaia di violazioni del codice stradale.

Eppure questo succede normalmente sul web, sia per quanto riguarda il diritto d’autore nelle creatività, sia per quanto riguarda la responsabilità nella produzione dei contenuti.

Queste inconsapevolezze generano mostri normativi e false considerazioni popolari, indotte purtroppo anche da ingenue (per non dire dolose) interpretazioni del fenomeno da parte dei media tradizionali.

E’ ormai chiaro anche ai non addetti ai lavori che il giusto compenso all’autore per un’opera generata non può più essere legato al supporto sul quale l’opera è distribuita e che nell’era della frammentazione dei canali distributivi il ruolo degli intermediatori è drasticamente modificato. Eppure questo concetto è fortemente radicato nell’editoria tradizionale, nella quale, per esempio, il valore di un libro è strettamente correlato al supporto cartaceo, che invece dovrebbe essere solo uno dei mezzi con cui il valore (il contenuto) viene distribuito. Per esempio sono sconcertanti le reticenze degli editori tradizionali nel voler distribuire le proprie opere in modalità diverse da quella cartacea (pensiamo ai libri), con la visione miope che il libro in forma digitale possa essere copiato e distribuito illegalmente con più facilità.

Se non si riesce ad uscire dalla logica della completa separazione tra mezzo e contenuto non si potrà mai avviare un ragionamento di ridefinizione del processo della produzione del valore e della giusta attribuzione del compenso a chi ne ha diritto.

Il problema principale è che il web ha completamente modificato le dinamiche di questi processi. Nel secolo scorso un bravo autore aveva una sola possibilità di diffondere la propria opera, quella di affidarsi a uno dei centri di distribuzione accreditati (esempi: giornalista/giornali, scrittore/editore, musicista/casa discografica).

Il web invece ha generato (da anni) quel processo di disintermediazione che ha rotto questo meccanismo e che ha generato anche tanto scompiglio nelle major che fino a poco tempo fa erano l’unico centro di potere (economico) possibile. E, per esempio, l’editoria tradizionale è entrata in una profonda crisi dalla quale sarà difficile uscire.

E’ evidente che la riformulazione di specifiche normative legate al diritto d’autore dovranno necessariamente tenere conto di moltissime specificità, ciononostante il legislatore avrà il duro compito di produrre un processo di astrazione significativo.

La strada intrapresa per la definizione di questi temi mi sembra interessante. Il coinvolgimento dei soggetti che in questo mondo operano e creano il loro core business mi sembra essenziale. Ben vengano quindi audizioni come questa e ben vengano i lavori come il Libro Bianco che citavo precedentemente.

L’importante però è che a margine di questi ragionamenti non prendano forma azioni che nulla hanno a che fare con questi temi; che non si sfrutti cioè quest’attenzione nascente verso il diritto d’autore per attuare policy di censure arbitrarie, come l’idea che l’AGICOM possa diventare l’arbitro incondizionato e inappellabile del web.

Come d’altra parte dovremmo cercare di respingere con forza le idee arcaiche come quelle dimostrate dalla FIEG nei confronti della ormai famosa questione nei confronti di Google.

A mio avviso però ci sono due elementi fondamentali in questa discussione.

Il primo elemento è “la cultura del valore“.

Il web per anni è stato l’ambiente del “per forza tutto gratis”, anzi, a mio avviso, nella italianità delle interpretazioni anche i vari movimenti basati sull’open source non sono riusciti a far passare il messaggio che il valore culturale dell'”open” non è il “software gratis”, ma la possibilità di condividere la conoscenza e spostare il valore dal prodotto al servizio.

Questo ha contribuito alla distorsione delle percezioni popolari secondo cui quello che si trova online è necessariamente e comunque gratis.

E questa considerazione ci conduce al secondo elemento, che è invece il modello di business.

L’editoria tradizionale e le major discografiche non sono andate in crisi perché i servizi online hanno permesso la violazione del diritto d’autore (che comunque avviene realmente, per questo dobbiamo occuparcene) ma perché il modello di business che avevano creato e che si è consolidato in decine di anni di storia ora non funziona più.

Basti pensare che mentre (ancora oggi) il mondo discografico sta piangendosi addosso a causa dei mancati introiti indotti dal download illegale della musica, i grandi distributori di musica si sono fatti trovare impreparati da progetti come quello di Apple che con iTunes, di fatto, è diventato uno dei maggiori distributori del mondo, con profitti incredibili, in piena crisi economica e in barba al cosiddetto download illegale.

Chi invece nasce dal web sa come con modelli di business “diversi” hanno potuto produrre mercati e fatturati inimmaginabili. La Zend, una delle maggiori realtà informatiche del mondo, è il produttore del più importante linguaggio di scripting che fa funzionare la gran parte del web conosciuto, il PHP. Eppure lo distribuisce con licenza Open Source, free.

La discussione sul tema dei diritti d’autore all’epoca di internet non può fermarsi a una mera valutazione su come garantire le revenue su un’opera, considerando immutabili gli scenari economici che ci sono intorno, e magari approfittarne per varare frettolosamente una normativa nuova a vantaggio di qualche consolidato gruppo di potere. E’ tutto quello che sta intorno che è cambiato, e i modelli di business consolidati nel XX secolo, nel bene o nel male, non possono più essere riproposti nel nuovo mondo.

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